L’imbroglio di Roma o l’Italia a un crocevia

16052012601Storica delle idee, Maria Donzelli è professore emerito dell’Università degli Studi di Napoli « l’Orientale » e autore di numerose pubblicazioni. Ha fondato l’Associazione “Peripli. Culture e Società Euromediterranee” (peripli.org) e ne è attualmente la Presidente. Ecco alcune sue riflessioni sull’attuale situazione politica in Italia.

Jean-Michel Dufays : Il risultato delle recenti elezioni legislative rende molto difficile nel tuo paese la formazione di un governo stabile con una linea chiara. Come si è arrivati a questo?

Maria Donzelli : Le ragioni di questa situazione di “stallo” sono molteplici e di varia natura: politiche, economiche, sociali e culturali.

Sul piano politico, nell’ultimo ventennio sono spariti i principali Partiti storici di riferimento, come il Partito Comunista, il Partito Socialista, la Democrazia Cristiana. Questa sparizione è dovuta in massima parte alla crisi e caduta delle ideologie, all’evoluzione della società italiana, alla sua trasformazione culturale e alla persistente presenza della criminalità organizzata – mafia, camorra e ‘ndrangheta – che ha subito anch’essa una trasformazione sociologica e politica importanti, infiltrandosi in tutti i settori della vita pubblica e privata italiana. Non vanno per altro dimenticate la presenza in Italia delle varie Logge massoniche – P2, P3, P4 -, la presenza sul territorio della Chiesa Cattolica, la cui gestione degli affari non è stata e non è limpida, cosi’ come poco limpida è la gestione etica della curia romana. Non va trascurata neppure la cattiva gestione di alcune imprese e di alcune Banche, che si sono votate soprattutto al profitto e che per questo hanno spesso collaborato con la politica degli affari in modo poco chiaro. Si è arrivati dunque, già negli anni ’90, al famoso periodo detto di “Mani pulite”, scandito da inchieste giudiziarie eclatanti, dove la connivenza tra la politica, gli affari, la criminalità organizzata hanno mostrato una miscela potenzialmente esplosiva, che è di fatto esplosa in alcuni momenti tragici, come per es. l’uccisione dei magistrati siciliani Falcone e Borsellino, impegnati nella lotta alla mafia. La responsabilità delle stragi che hanno coinvolto i 2 magistrati permane ancora poco chiara.

La sparizione dei partiti storici, avvenuta proprio in quegli anni, ha avviato una lunga trasformazione della rappresentanza politica con l’apparizione di nuovi “Partiti”, difficilmente comparabili a quelli precedenti. Penso a “Forza Italia”, movimento creato e finanziato interamente da Silvio Berlusconi, che ha raccolto l’adesione di buona parte della classe imprenditoriale, di alcuni rappresentanti della Loggia massonica P2 e frange consistenti sia della Democrazia Cristiana che del Partito Socialista, imploso dopo l’uscita di scena di Bettino Craxi, a seguito delle inchieste giudiziarie; penso alla Lega Nord, movimento nato da spinte secessioniste, volte a dividere il Nord dal Centro/Sud, con la creazione di una nuova entità statale – la Padania -; penso alla faticosa e tormentata trasformazione del Partito Comunista Italiano (PCI), che, oltre a una parte storica dei suoi aderenti, ha finito per raccogliere, nel Partito dei democratici di Sinistra (PDS – 1991-1998) prima, nei Democratici di Sinistra (DS – 1998-2007) poi e, infine, nel Partito Democratico (PD), le frange progressiste dell’ex Democrazia Cristiana. Un’altra parte degli aderenti del PCI non hanno approvato la trasformazione del Partito e hanno costituito altre formazioni politiche (Rifondazione Comunista, Partito dei comunisti italiani, ecc.).  Il Partito Democratico nel corso di tale trasfromazione ha finito col perdere la sua identità di Partito radicato sul territorio, vicino alle problematiche dei lavoratori e delle persone, in grado di elaborare, attraverso i suoi intellettuali, analisi politiche, sociali e culturali, utili alla gestione della politica e alla tenuta complessiva della democrazia.

Tutto questo ha di fatto trasformato lo scenario della rappresentanza della democrazia italiana e ha disegnato una classe politica che è andata sempre più chiudendosi in “casta”, nella difesa dei propri interessi di potere ed economici. E’ innegabile che i cosiddetti nuovi partiti hanno progressivamente perso il contatto con la società italiana, con le sue parallele trasformazioni, con i problemi reali delle persone e sono diventati sempre meno credibili nel momento in cui la crisi economica e finanziaria è esplosa, colpendo prevalentemente la classe media, i lavoratori, le classi meno abbienti. L’aggravarsi della problematica del lavoro, con picchi di disoccupazione elevatissimi, che vedono coinvolti soprattutto i giovani fino al 36%, la mancanza di provvedimenti per la crescita, che ha travolto le piccole e medie imprese, che costituivano la parte più sana dell’economia italiana, l’aumento delle tasse per cercare di sanare l’enorme debito pubblico, l’aumento della corruzione degli amministratori pubblici, dei politici, ecc., hanno allontanato sempre di più, i governanti dai governati.

Le ultime elezioni sono il prodotto di una sfiducia complessiva verso la classe politica italiana nel suo complesso. Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ne è l’espressione più evidente e significativa, ma se si va ad analizzare il voto degli altri Partiti, si capisce che vi è una richiesta di cambiamento profondo da parte dei cittadini italiani, una richiesta che riguarda tutte le varie espressioni politiche.

Tuttavia, i numeri, usciti dalle urne delle ultime consultazioni elettorali, rendono difficile una soluzione di governo. Tale difficoltà è dovuta probabimente anche alla legge elettorale, definita significativamente “Porcellum” dal suo stesso promotore, l’on. Calderoli della Lega Nord, voluta dal centro destra per favorire l’esercizio del potere delle lobbies interne dei partiti, che definiscono ormai dall’alto le liste elettorali,  impedendo cosi’ ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti, tramite un sistema di preferenze libere.

J.-M. D. : Come è avvenuta la quasi sparizione dei due blocchi storici come il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana?

M. D. : Come dicevo prima, questa sparizione ha delle ragioni complesse. Da un lato, a livello internazionale, il crollo del sistema bipolare, la polverizzazione dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino; dall’altro, a livello interno, la trasformazione della società italiana, il cui benessere è andato complessivamente aumentando fino all’emergenza della crisi attuale. Il Partito Comunista, ha progressivamente perso la sua identità di partito della classe operaia e degli intellettuali. Ha perso la funzione, assegnatale del resto dal suo fondatore, Antonio Gramsci, di “intellettuale organico” – espressione che sottolineava la stretta connessione tra l’uomo di cultura e la realtà del Partito – e purtroppo non ha saputo trasformarsi in modo adeguato per interpretare le trasformazioni della società: ha impiegato molte energie per la sua ricostruzione interna, difficile, faticosa, talvolta drammatica; si è trovato a dovere risolvere questioni di potere interne rese sempre più complicate dalla sua identità plurima; ha dovuto misurarsi con un centro destra e con una destra sempre più arrogante e avida di potere e purtroppo non ha saputo creare una dialettica alternativa: spesso si è trovato a giocare sul tavolo dell’avversario e non ha aperto tavoli alternativi. Il Partito ha finito per perdere il contatto con la sua base, i suoi intelletuali si sono dispersi, hanno spesso preferito cercare altri luoghi di riflessione e hanno fatto politica fuori dal partito, impegnandosi direttamente nella società, operando attraverso la formazione nelle scuole e nelle Università, pubblicando le loro riflessioni e analisi in libri soggettivi e non collettivi. Insomma, il loro impegno civile ha in qualche modo abbandonato il Partito, che pero’ non se ne è reso conto e non ha capito che una parte del suo patrimonio culturale si stava perdendo, che la sua “organizzazione”, in senso gramsciano si stava disgregando, con una conseguente perdita complessiva della sua stessa tenuta culturale.

L’esperienza recente delle primarie per la scelta del leader della coalizione di centro sinistra e per la scelta dei candidati da inserire nelle liste, è stata un’esperienza positiva, che ha indicato una volontà di ripresa di dialogo con la base e con le regole della democrazia interna, ma questa iniziativa è stata tardiva e non è riuscita a convincere pienamente l’elettorato di centro sinistra. La coalizione, pur essendo di pochissimo quella più votata, ha perso di fatto oltre 3 milioni di voti. Del resto il segretario Bersani ha dichiarato: “siamo i primi, ma non abbiamo vinto”.

Quanto alla sparizione del blocco storico della Democrazia cristiana, che ha risentito anch’esso della perdita di contatto con la sua base, bisogna fare riferimento alle lobbies di potere interne a quel Partito, fino all’uccisione di Aldo Moro nel 1978, alla vigilia del cosiddetto “compromesso storico” tra la DC e il PCI. Un’ombra nera grava ancora su quell’episodio drammatico della storia italiana. Una cosa è certa, il Partito, dopo quella tragedia, ha iniziato un declino sempre più drammatico, fino ai processi per mafia nei confronti di alcuni suoi esponenti di rilievo, come Giulio Andreotti, o a quelli di “Mani Pulite” negli anni ’90, con conseguente scioglimento del Partito stesso. Non va tuttavia trascurato il fatto che la Democrazia Cristiana, aveva nella Chiesa Cattolica un punto imprescindibile di riferimento. Molti dei suoi leader venivano dall’esperienza dell’Azione Cattolica e la Chiesa finiva per essere un tramite prezioso tra la società e il Partito. La crisi di potere politico della Chiesa Cattolica, con i vari scandali tra i quali quelli della Banca Vaticana (IOR), il suo coinvolgimento nell’operazione “Mani pulite” negli anni ’90 per il caso Enimont, fino al recente scandalo del cosiddetto “Vatileaks”, l’elezione nel 1978 di un Papa polacco, Karol Wojtyla, creano una svolta anche nei rapporti tra la politica italiana e la politica vaticana. Certo, restano i privilegi della Chiesa Cattolica in materia di imposte, scuole e università cattoliche, patrimonio immobiliare, ecc., ma il rapporto con il Partito si allasca sempre di più dagli anni ’70 in poi. Del resto, a partire dagli anni ’90 i cattolici si ritrovano praticamente sparsi in tutti i Partiti presenti sulla scena e questo accade non tanto per un ritrovato senso di “laicità”, ma per la molteplicità di interpretazioni che ognuno dà del suo impegno politico, improntato sempre di più a una logica di potere piuttosto che all’ispirazione cristiana, già da tempo divenuta ideologia strumentale all’organizzazione del consenso.

J.-M. D. : Uno dei fenomeni politici maggiori di questi ultimi 20 anni resta il successo del Partito di Silvio Berlusconi, « Popolo della libertà ». Il suo populismo, il danaro e il controllo di svariati media importanti, possono spiegare questo successo?

M. D. : Indubbiamente i fattori indicati – populismo, danaro e controllo dei media’- sono fattori imprescindibili del successo del Partito del “Popolo della libertà”. Come ricordavo prima, la cosiddetta “discesa in campo” del Cavaliere è avvenuta non con un Partito, ma con un movimento detto “Forza Italia”, che ha solleticato fin dal suo stesso nome l’immaginario collettivo dei tifosi della gloriosa squadra di calcio nazionale. Il Partito è nato quando a “Forza Italia” si è aggregato il Partito della destra “Alleanza Nazionale”, guidato da Gianfranco Fini. Il “Popolo della libertà” è dunque il risultato abbastanza recente di una fusione con la destra italiana, che ha in qualche modo trasformato il movimento, con le sue varie anime, in Partito. Questo passaggio è importante per capire anche il seguito, dato che una parte di quella destra, guidata dallo stesso Fini, abbandona il partito di Berlusconi, per difetto di democrazia interna e probabilmente per una gestione non limpida del Partito. Nelle ultime elezioni Fini non si presenta con Berlusconi, ma con una formazione di “centro”, l’Unione dei Democratici Cristiani (UDC), guidata da Pier Ferdinando Casini e residuo della vecchia Democrazia Cristiana. Questa formazione perde clamorosamente alle ultime elezioni.

Ci sono a mio avviso pero’ altre ragioni che possono spiegare il successo di Berlusconi, che distinguerei da quello del suo Partito. Questo è un apparato di potere, gestito in modo del tutto autocratico dal suo fondatore, che ne è il padrone indiscusso e non discutibile. Dunque il “successo elettorale” è stato sempre ed è un successo di Berlusconi, non tanto del Partito, che comunque alla ultime elezioni perde complessivamente più di 6 milioni di voti e molti di più ne avrebbe persi se il suo leader non si fosse speso in prima persona nella campagna elettorale. Allora dobbiamo chiederci: chi e che cosa rappresenta Berlusconi per il suo elettore? Innanzitutto rappresenta l’uomo “infinitamente” ricco che “si è fatto da sé” e che è diventato ricco attraverso la commercializzazione di un mitico prodotto, che è la TV. Se Berlusconi, fosse stato un venditore di altri prodotti, non avrebbe probabilmente raggiunto la popolarità acquisita. Berlusconi inoltre è considerato un grande “comunicatore” che sa “vendere” la sua merce: le sue promesse elettorali sono chiaramente non realizzabili nella realtà, e non si sono mai realizzate, ma diventano credibili come le fiction e i prodotti pubblicizzati dalle sue televisioni. Berlusconi sa parlare alla “pancia” degli italiani, anche perché il suo rapporto con il concetto stesso di “Stato” è ambiguo: egli è un uomo di Stato che pero’ non ne rispetta totalmente le regole; è un uomo “di Stato” che fa fatica a rappresentarlo fino in fondo, che talvolta lo “usa” per interessi personali – vedi le leggi ad personam -, che non si fa scrupolo di criticare pesantemente il terzo potere dello stato, quello giudiziario, che usa a suo piacimento il “quarto” potere, quello della stampa e dei media, che legifera le imposte, ma invita a non pagarle e critica le stesse leggi che lui stesso ha legiferato in proposito, che mantiene rapporti non limpidi con la criminalità organizzata attraverso personaggi non proprio incorruttibili, da lui promossi al rango di rappresentanti del popolo, come politici, ecc.Una parte degli italiani si riconosce in Berlusconi, proprio nei suoi punti di ambigua debolezza; ma nello stesso tempo questa figura riesce ad essere rassicurante, dato che fa intendere di poter risolvere qualsiasi problema dell’italiano medio, scaricandolo della responsabilità di dovercisi applicare per risolverlo.

Berlusconi, attraverso le sue televisioni, la sua stampa, il suo modo di essere e di vivere, ha in qualche modo trasformato la mentalità degli italiani, abbassandone complessivamente il livello culturale e facendo loro credere di modernizzarli, sul piano politico, sociale ed etico. In realtà, il “conservatorismo” della politica berlusconiana, consiste proprio nell’abbassamento culturale, nell’incitamento al consumismo, nella diminuzione del senso della responsabilità collettiva, nella capacità di “prendere” la scena per la rappresentazione di una commedia a lieto fine che impedisce la vera messa a fuoco dei problemi reali: ricordo, en passant, che Berlusconi, al governo del paese, ha negato pubblicamente e con tutte le sue forze, l’esistenza in Italia di una crisi economica, fino a provocare l’avvento del governo tecnico di Mario Monti, chiamato precipitosamente dal Presidente della Repubblica a sanare i conti dello stato. Questa leggerezza/negazione/rimozione è costata agli italiani milioni di euro tra il 2011 e il 2012, ma buona parte degli elettori di Berlusconi hanno attribuito la responsabilità della loro decrescita economica e della vessazione fiscale al nuovo governo Monti ed hanno di nuovo dato fiducia a chi prometteva, senza fondamento, di togliere e abbassare le tasse.

J.-M. D. : Il secessionismo della “Lega Nord” è un pericolo reale per l’unità del paese o è solo un’illusione della destra? Come è percepito questo partito nel “Mezzogiorno”?

M. D. : Il secessionismo è stato il cavallo di battaglia e la motivazione della nascita del movimento della Lega Nord. Intorno a questo “ideale”, teorizzato da alcuni ideologi fin dalle origini del movimento, si è costruito il consenso elettorale che, di fatto ha dato luogo a un vero e proprio partito organizzato. L’autonomia del Nord, la costituzione di uno stato indipendente della Padania, comprendente il Veneto, Il Piemonte e la Lombardia, era giustificato dalla possibilità di sbarazzarsi della cosiddetta “zavorra” del Sud sempre arretrato sul piano economico, di poter sviluppare un’imprenditoria “sana”, lontana dalle beghe di palazzo della “Roma ladrona”, capace di dialogare direttamente con l’Europa e, soprattutto, libera dai condizionamlenti della criminalità organizzata. La Laga pero’ pian piano diventa forza di governo e stringe un patto di ferro con Berlusconi, sviluppa un pensiero discriminatorio nei confronti degli immigrati e dei rifugiati, ai limiti del razzismo, e mostra di sapersi orientare molto bene nei palazzi della cosiddetta “Roma ladrona”. Molti dei suoi leader occupano posti di governo e di sottogoverno, molti leghisti entrano nelle giunte regionali e comunali sempre alleati con il PDL; il loro sogno secessionista si trasforma in “federalismo” e la Lega riesce a imporre, durante i governi Berlusconi, il cosiddetto “federalismo fiscale” e ad accentuare l’autonomia del governo delle regioni. Senonché anche la Lega viene recentemente travolta dagli scandali della bassa politica, del malaffare, dell’utilizzazione del danaro pubblico per usi privati, da possibili connivenze di alcuni suoi esponenti con la criminalità organizzata, ecc. Il fenomeno si riscontra sia a livello nazionale, nella partecipazione attiva della Lega al malgoverno romano, sia a livello delle giunte regionali, in particolare quella della Lombardia. Alle ultime elezioni la Lega perde circa il 6% dei suoi elettori, e scende dal 10 al 4%, ma vince il governatorato della Lombardia con un patto “ambiguo” con il PDL, che vale solo per le elezioni regionali e non per quelle del Parlamento. Tuttavia la Lombardia, a causa della legge elettorale detta “Porcellum”, è la regione che influenza i numeri dei senatori della Repubblica. La vittoria della Lega in Lombardia ha dunque impedito la costituzione della maggioranza di centro sinistra al Senato, che è invece detenuta alla Camera. Attualmente non è chiaro quale potrà essere il ruolo della Lega per l’eventuale formazione del nuovo governo. Cio’ che il nuovo governatore della lombardia Roberto Maroni, ex Ministro degli interni, lascia intendere è l’idea di costruire una “macro regione” comprendente la Lombardia, il Veneto e il Piemonte, tutte regioni a governatorato leghista, che tratterrebbe il 75% delle imposte sui territori e avvierebbe un’autonomia sempre più larga, rispetto alle altre regioni italiane e rispetto allo stato centrale. Non è chiaro ancora se l’idea della secessione, che sembrava superata dai fatti, rientri ora in forma diversa. Certo è che i tempi sono cambiati e la Lega deve innanzitutto ricostruire il suo petit-gris di Partito eticamente corretto di fronte ai suoi elettori.

Al Sud, ci sono stati vari, ma timidi tentativi, di costruire une “Lega Sud” da contrapporre a quella del Nord. Ma finora questi tentativi non sono riusciti a definire né un movimento solido né un Partito. Il Sud ha sempre manifestato, talvolta ostentato indifferenza rispetto alla Lega Nord, come se non avesse niente di buono comunque da aspettarsi da un Nord, che per il passato molti abitanti del Sud hanno considerato terra di migrazione. Tuttavia, la criminalità organizzata, le cui origini sono radicate nel Mezzogiorno, è ora ben installata anche al Nord e l’economia del Nord è fortemente influenzata da questa presenza.

Certo, se la proposta di Maroni di costituire una “macro regione” del Nord dovesse realizzarsi e ci fossero delle conseguenze economiche significative sulla regioni del Sud, potremmo sperimentare una fase di contrapposizione chiara tra Nord e Sud, di cui l’Italia, francamente non credo abbia bisogno.

J.-M. D. :  Esiste un’alternativa reale da parte della sinistra radicale o questa non ha alcuna possibilità di influenzare a breve la politica di una coalizione che pretenderebbe di fissarsi degli obiettivi “sociali”? Che posto occupano gli intellettuali in questo dibattito?

M. D. : Innanzitutto bisogna intendersi sul termine « sinistra radicale ». Si tratta dei partiti di sinistra, come Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), che sono dentro la coalizione di Centro sinistra insieme al PD, e che sono oggi in Parlamento, oppure si tratta del Movimento a 5 Stelle? Altre forze della sinistra radicale non siedono in Parlamento perché non hanno ottenuto il quorum e non credo possano influenzare dall’esterno la politica parlamentare.

Per quanto riguarda SEL, io credo che puo’ sicuramente spingere il PD verso una politica più sensibile verso l’occupazione, la distribuzione della ricchezza, l’attenzione all’ambiente e verso un’etica parlamentare più sobria in grado di prestare maggiore attenzione a cio’ che succede fuori del Parlamento, nella società civile. Questa funzione diventa oggi molto importante per almeno 2 ragioni: una è la possibilità che il PD sia una forza di governo reale e che riesca a costituire un governo, sia pure a termine, che riesca a fare le riforme più urgenti, riguardanti il lavoro, l’occupazione dei giovani, il credito alla piccole e medie imprese e il rilancio della cultura. L’altra ragione è quella di dovere necessariamente dialogare con quella parte del M5S che ha gli stessi obiettivi e che dovrebbe poter consentire quelle riforme votando a favore di pochi e mirati provvedimenti in Parlamento.

Tuttavia, il M5S non è e non vuol essere un Partito, almeno al momento, ha come obiettivo la “rottamazione della casta”, cioè di tutti i Partiti, non vuole fare patti politici di sorta con nessuno di questi Partiti e, in più, è un movimento composito, cui hanno aderito anche elettori di centro e di destra, scontenti della politica dei vecchi governi di centro destra. Il M5S è essenzialmente un movimento di protesta, che ha intercettato l’indignazione per una classe politica oggettivamente non più stimabile, autoreferenziale e avida di potere. Lo ha fatto senza distinguo e, cio’ che lascia perplessi, è la nuova forma di populismo agita con poco o nessun rispetto per le forme democratiche, ritenute ormai obsolete.

Il M5S ha il merito di aver sparigliato le carte della vecchia politica, di aver ringiovanito il Parlamento con l’immissione di facce nuove e di giovani, di aver consentito la partecipazione di una parte, finora ignorata, della società civile alla cosa pubblica. Tuttavia non è ancora chiaro qual’è il progetto politico complessivo del M5S rispetto alla soluzione dei seri problemi che l’Italia ha accumulato negli ultimi 20 anni, qual’è la nuova idea di democrazia, quale dovrebbe essere la funzione dell’informazione e della comunicazione, finalmente svincolata dalla “casta“. Se l’uso del web puo’ essere sicuramente un potentissimo strumento di partecipazione democratica, è evidente che esso non puo’ sostituire il complesso meccanismo politico, sociale e culturale che sottende ogni forma di democrazia moderna. E’ possibile immaginare una democrazia senza Partiti? E’ possibile passare a forme di democrazia diretta attraverso il web? Non sarebbe discriminatorio rispetto a una vasta parte di italiani che non usa il web? Cosa si vuole sostituire alla dialettica parlamentare?

Insomma, l’Italia vive un momento difficilissimo che pero’ puo’ essere visto come una grande opportunità di crescita e di cambiamento in senso positivo. Saranno capaci i nuovi rappresentanti che siedono in Parlamento a cogliere questa opportunità?

Quanto agli intelletuali, come dicevo prima, essi operano poco nei Partiti e nel sistema della rappresentanza. Il loro ruolo si è completamente modificato col modificarsi dell’essenza stessa dei Partiti. La fine delle ideologie ha fatto emergere all’interno dei Partiti stessi una sostanziale insofferenza verso l’analisi intellettuale e verso la cultura nel suo complesso. Gramsci diceva che senza gli intellettuali non ci puo’ essere organizzazione. In effetti, i Partiti hanno perso la forma di organizzazione che li rendeva espressione della società civile. Gli intellettuali ne erano i mediatori rispetto alla politica  e rispetto all’alta cultura. Oggi non è più cosi’: se gli intellettuali devono anch’essi reinventare il loro ruolo rispetto alla politica, è innegabile pero’ che hanno continuato e continuano a svolgere la loro opera entro la società civile. Certo, la loro visibilità è scarsa, nei Talk Show televisivi sono invitati poco, le loro analisi sembrano non interessare i ritmi frenetici della politica i cui obiettivi immediati invece non includono la riflessione, né la critica, e tanto meno l’autocritica. Tuttavia, i veri intellettuali sono abituati a credere nell’impegno civile della loro opera, e, anche se in Italia mancano sempre di più le risorse finanziarie per la cultura e la formazione, oggi più di prima la loro funzione sembra essere molto importante per la tenuta complessiva di una società a rischio economico, sociale e culturale.

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